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Giuseppe Verdi

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Ancora un ritocco per l’Otello

A duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi anche la rivista Charta vuole ricordare il Maestro con un piccolo omaggio.
Di lui oggi si conosce quasi tutto. Intorno alla sua vita e alla sua arte molti hanno scritto e raccontato, spesso con scrupolo e correttezza filologica, talvolta con errori ed invenzioni. Non c’è persona che non riconosca almeno un suo brano di musica (da Va pensiero di Nabucco, Libiam ne’ lieti calici di Traviata o La donna è mobile di Rigoletto) o non abbia visto il suo ritratto sulla vecchia banconota da 1000 lire.
Le sue opere sono rappresentate nei più importanti teatri del mondo e di esse sono state pubblicate scrupolose edizioni critiche. Le lettere sono raccolte e pubblicate; alcune inedite, spesso di particolare interesse, continuano ad emergere da collezioni private. Verdi, attento osservatore degli avvenimenti politici, culturali e artistici, affida alla sua corrispondenza privata importanti riflessioni.

Verdi Giuseppe
BIGLIETTO DA VISITA DEL MAESTRO CON TESTO AUTOGRAFO FIRMATO INVIATO A GIULIO RICORDI.
NON DATATO.


Di carattere schivo e riservato, era spesso insofferente, talvolta burbero. Quando il Comune di Milano, molti anni prima della sua morte, gli dedicò una statua nel ridotto del Teatro alla Scala, lui si rifiutò di andare alla cerimonia inaugurale. Di grande generosità, fece costruire quella che lui chiamò “l’opera mia più bella”: la Casa di Riposo per Musicisti in favore di suoi colleghi in difficoltà. All’ente lasciò tutti i redditi derivanti dai diritti d’autore delle sue opere, ma ne pretese l’inaugurazione solo dopo la sua morte, non volendo ricevere troppi onori. Aveva una grande attenzione per gli umili; offriva loro aiuti, ma non amava lo si sapesse. Da molti è stato definito democratico; sicuramente era un signore nei tratti e nell’animo. Contadino perché amava la terra, non certo perché rozzo o alla buona. Nella sua villa di Sant’Agata a Villanova d’Arda, acquistata nel 1848 e ora tenuta dalla famiglia Carrara Verdi, non si nota alcun segno di sfarzo. Mobili all’antica, decorosi, nessun trofeo o busto (quelli che si vedono oggi sono stati sistemati successivamente). Il suo letto è comunissimo, una semplice libreria allinea i suoi libri preferiti, la scrivania accoglie comuni oggetti di uso quotidiano: il calamaio, l’orologio, la tabacchiera. Certamente era un uomo semplice, ma amministrava di persona con attenzione e scrupolo i suoi guadagni, le sue rendite e i suoi terreni. Alla sua morte, nel 1901, lascia una sostanza di circa 11 milioni, che per il tempo era cifra straordinaria.
Cavour gli chiese di far parte del primo Parlamento italiano. Verdi accettò per dovere, ma il suo impegno di deputato fu veramente minimo.

Conosceva il latino e i classici, era un uomo colto. Da ragazzino era stato istruito da un sacerdote e dal maestro del suo paesino, ma poi si “affinò da sé”. Tra le sue letture preferite la letteratura straniera, quella moderna italiana e classica, interessi che lo aiutarono a scegliere i soggetti dei suoi libretti.

Conosceva il latino e i classici, era un uomo colto. Da ragazzino era stato istruito da un sacerdote e dal maestro del suo paesino, ma poi si “affinò da sé”. Tra le sue letture preferite la letteratura straniera, quella moderna italiana e classica, interessi che lo aiutarono a scegliere i soggetti dei suoi libretti. A differenza di Wagner, lui non era l’autore dei testi poetici che musicava, ma ne era ideatore. Controllava, correggeva e ritoccava; i carteggi con Cammarano e Piave – per citarne alcuni – sono una preziosa testimonianza.
Non era superstizioso, a differenza di molti altri artisti. Il venerdì lo riteneva fortunato; in quel giorno faceva svolgere le prove generali delle sue opere o consegnava spartiti agli editori. Amava la buona cucina (del resto era nato nella terra dei piaceri della tavola!). Non era goloso, ma di palato raffinato – trote all’olandese, vitello in umido alla giardiniera, risotto alla certosina, carni alla parmigiana. Volentieri suggeriva agli amici alcune ricette. Celebri sono rimaste quelle del risotto e della spalletta di maiale all’uso di San Secondo.
La leggenda vuole che sia stato un violinista girovago a scoprire le capacità musicali nel giovanissimo Verdi. Certo è che, supportato nei primi anni anche dall’affetto e dalla lungimiranza di Antonio Barezzi, che diventerà suo suocero, riuscì a crearsi una carriera che durò circa cinquantacinque anni.
La sua prima opera viene rappresentata alla Scala nel 1839; in quell’epoca Donizetti doveva ancora scrivere La Favorite e Don Pasquale. Nel 1893 compone il suo ultimo melodramma e in quell’anno Puccini aveva appena messo in scena Manon Lescaut.
Da Nabucco (1842) fino alla prima di Falstaff ogni sua opera ha rappresentato un evento in Italia e in Europa. Ed è proprio con Nabucco che l’immagine di Verdi assume grande rilievo nel movimento d’indipendenza italiano. La melodia di Va pensiero sull’ali dorate – il coro degli schiavi ebrei – ha riecheggiato per lungo tempo nelle menti degli italiani, tanto che quando il Teatro alla Scala venne ricostruito, dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, questo fu il primo brano eseguito, sotto la direzione di Toscanini. Tuttavia questa composizione non fu l’unica ad essere annoverata tra i cori risorgimentali: O Signore dal tetto natìo da I Lombardi alla prima crociata, Si ridesti il Leon di Castiglia da Ernani, Patria oppressa da Macbeth, per citarne alcuni.

Verdi Giuseppe
SCENA E CAVATINA DI ORONTE ? ‘ETERNA FE’ CHE IL VERO’. NUOVA CABALETTA. DALL’OPERA I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA. AUTOGRAFO MUSICALE.
NON DATATO [MA 1848].


Su invito di Giuseppe Mazzini scrisse un inno patriottico, Suona la tromba, composizione che doveva rappresentare “la marsigliese italiana”, ma che non ebbe molto successo. Famosissima divenne invece la frase “Viva Verdi” (in cui l’acronimo V. E. R. D. I. stava a significare Vittorio Emanuele, Re d’Italia) ideata dal popolo alla fine del 1858, quando il sogno dell’indipendenza stava già diventando realtà (non è degli anni ’40, come molti hanno voluto credere).
Non tutto andò bene nella vita di Verdi. Molte ombre e disgrazie lo accompagnarono. Soprattutto la morte della moglie Margherita e dei due figlioletti, ma anche il dispiacere nel vedere la gente del suo paese non accettare la sua convivenza con Giuseppina Strepponi, già sposata e con figli. Verdi riuscì a superare tutto questo grazie alla sua volontà e caparbietà, e visse così a lungo da vedere alcune delle sue prime opere trattate come reliquie. Dovette però anche subire in maniera pesante i tagli e le modifiche della censura sui libretti dei suoi melodrammi. Molti sarebbero gli esempi relativi al lavoro dei censori sulle opere di Verdi, ma non è questa la sede. Ricordiamo solo che ne fecero le spese anche Stiffelio, Rigoletto, Gustavo III (trasformato in Un ballo in maschera), Les vêspres sicilennes (diventato Giovanna de Guzman).
Gran parte di ciò che Verdi ha scritto nell’arco della sua lunga vita è conservato in biblioteche ed istituzioni pubbliche, in Italia e all’estero. La villa a Sant’Agata, l’Archivio Storico di Casa Ricordi, l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma, il Museo Teatrale alla Scala, la Biblioteca del Conservatorio “G. B. Martini” di Bologna sono alcuni dei luoghi del nostro paese che raccolgono suoi documenti di grandissimo interesse. Partiture originali, abbozzi di melodrammi, lettere autografe – vastissima è la corrispondenza con direttori d’orchestra, impresari teatrali, interpreti, editori musicali, ammiratori. Molti documenti sono poi conservati da collezionisti privati (fiorentissimo è il mercato antiquario quando si parla di Verdi). Talvolta queste carte non sono censite, e se ne ignora pertanto la collocazione e il contenuto.
Oggi capita ancora di scoprire un manoscritto o un autografo musicale dal contenuto particolarmente interessante (certo, lo si deve saper leggere!). Quando accade è sempre un evento. Attraverso un attento studio delle carte ritrovate si può far luce su aspetti ancora sconosciuti di una composizione. Si fa rivivere la melodia e si da voce a un dialogo che per molto tempo è rimasto nell’oblio.

Verdi Giuseppe
‘MELODIA PER PIANOFORTE’. MANOSCRITTO MUSICALE AUTOGRAFO FIRMATO. 8 BATTUTE DI MUSICA.
DATATO 8 DICEMBRE 1857, BUSSETO.


E’ il caso del recente ritrovamento di un autografo musicale contenente un abbozzo di Otello (opera rappresentata la prima volta al Teatro alla Scala nel 1887). Questo manoscritto, compilato da Giuseppe Verdi all’età di 81 anni, contiene una variante del terzo atto dell’opera scritta per Parigi (1894). Si tratta di una carta musicale (24 pentagrammi), compilata recto e verso, con correzioni, cancellature, curiosamente firmata (evidentemente regalata dal Maestro), ma senza titolo. E’ emersa da una collezione privata, messa sul mercato anche da sedicenti e improvvisati intermediari che, vedendo la firma del Maestro ne avevano compreso l’autore, ma non il contenuto. L’autografo è stato poi acquistato dalla Fondazione Cariparma grazie anche all’interessamento del Prof. Pierluigi Petrobelli e il Prof. Philip Gossett, celebri musicologi e grandi studiosi verdiani, ed è oggi a disposizione degli studiosi.
E’ di prassi ritenere Falstaff (1893) l’ultima opera di Verdi. Per certi aspetti è vero, ma non è propriamente la sua ultima opera teatrale. In realtà il Maestro, dubbioso su alcune sezioni di Otello, quando ebbe l’opportunità di mettere in scena quest’opera a Parigi, apportò alcune modifiche. Tra queste, l’ensemble verso la conclusione dell’atto III. L’autografo ritrovato, preparato da Verdi nel 1894 durante il lavoro di revisione dell’opera, è un abbozzo nel quale si sviluppano i dettagli di queste modifiche. Pertanto questa carta rappresenta l’ultima musica che Verdi compose per il teatro. Una grande scoperta per la musicologia e per gli appassionati verdiani ma sicuramente su questo autore, che ha lasciato alcune delle pagine musicali più belle di tutti i tempi, c’è ancora qualcosa che può essere svelato.


Laura Nicora

Ancora un ritocco per l’Otello verdiano
Testo pubblicato in: Charta n. 126 – marzo-aprile 2013, pp. 58-59

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